Tra 1679 e 1681 nell’archivio parrocchiale sono registrate numerose spese per gli aiutanti e per l’acquisto di materiali utili agli stuccatori: gesso, calcina, sabbia, polvere di marmo, chiodi, fili di ferro e vergelle1. Non è chiaro però se queste spese siano da associare agli stucchi del coro (Fig. 1, 2, 3, 4) o a quelli della navata (Fig. 5, 6). Le differenze nella tessitura decorativa, nelle cornici e nella realizzazione delle figure che arricchiscono questi due spazi fanno infatti propendere per l’identificazione di due cantieri differenti, scalati in quel breve torno d’anni.
La decorazione della volta della navata è scandita da grandi angeli telamoni (Fig. 7) che, in corrispondenza delle campate, reggono delle cornici polilobate composte da ghirlande di frutti e foglie. La superficie è arricchita da festoni, nastri e sinuosi cartouche che nelle lunette terminano con teste di serafini.
Sulle pareti, coppie di putti sorreggono dei capitelli a cui si agganciano targhette ornate di volti velati, ghirlande e fasci di fiori (Fig. 8). Alla sommità delle arcate sono disposte delle conchiglie con teste di puttini avviluppate in volute fitomorfe arricchite da festoni vegetali.
Gli affreschi della navata, realizzati tra 1713 e 1715, sono stati attribuiti al pittore Giovanni Francesco Gaggini (1683-1768) (Fig. 9).
Altari dell’Angelo custode e di Sant’Antonio Abate
Il primo altare è caratterizzato dalla statua in stucco dell’Angelo custode che emerge da una nicchia inquadrata tra due colonne tortili in marmo nero (Fig. 10, 11). Ai lati sono poste le figure di Santa Marta (Fig. 12) e di Santa Maria Maddalena (Fig. 13). Spesso erroneamente identificate come sorelle – la Maddalena era infatti confusa con Maria di Betania – portano entrambe i loro attributi: la prima tiene saldamente un aspersorio, mentre ai suoi piedi è posto il drago che riuscì a domare grazie all’acquasanta. Maddalena, elegantissima e con i capelli fluenti, ha in mano il vaso degli unguenti con cui unse il corpo di Cristo .
Le statue sono state recentemente attribuite all’équipe di Giovanni Battista Caratti Orsatti (1665-1726), uno stuccatore originario di Bissone noto per i suoi lavori in Polonia e documentato più volte nel paese natale negli anni tra i due secoli2.
L’altare di Sant’Antonio, appartenente alla famiglia Gaggini, è simile al precedente (Fig. 14): da una profonda nicchia centrale emerge la figura in stucco di Sant’Antonio Abate benedicente. Due colonne tortili in marmo nero reggono un timpano spezzato su cui sono posti due angeli, mentre la cimasa, abitata da Dio Padre (Fig. 15) che emerge da un groviglio di nubi, è curiosamente chiusa, in alto, da un baldacchino quadrangolare. Ai lati, appoggiati a mensole, sono le statue in stucco di San Bartolomeo (Fig. 16) e di San Rocco (Fig. 17), due santi generalmente invocati contro le epidemie .
Le caratteristiche stilistiche e formali degli stucchi, del tutto simili a quelle dell’altare dell’Angelo custode, portano a ritenere che siano stati realizzati dalla stessa bottega, a cui la critica ha attribuito anche il coronamento dell’altare maggiore e altre parti decorative all’interno della chiesa3.
Giovanni Battista Caratti Orsatti può quindi essersi occupato di portare avanti con continuità le decorazioni nella chiesa del suo paese natale così come, prima di lui, era toccato ai Tencalla. Come in molti luoghi del Ticino, e probabilmente con un certo orgoglio di fronte a familiari e conoscenti, questi maestri lasciano nelle loro parrocchie d’origine una prova delle capacità che ne avevano sancito il grande successo internazionale.